a video spento

   Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto. (Italo Calvino)

 






-"Io il lunedi' arrivo qui e so che ci saranno i Peanuts. Un po' come la volpe e il piccolo principe, mi sento addomesticata ".
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domenica, luglio 31, 2005
 

dal cassetto dei ricordi 

 

una domenica in giardino


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sabato, luglio 30, 2005
 

il brano

Andrea D'Agostino da Mi mangiassero i grilli  Fernandel editore

Piove fitto stamattina e, per la prima volta da quando è cominciata la vendemmia, restiamo a casa. Io e il nonno ci siamo svegliati dopo le sei, ormai i nostri orologi biologici sono puntati all'alba, ma Peppe ci ha detto di starcene a letto che è troppo bagnato. Il nonno ha ripreso a dormire, a lui basta chiudere gli occhi. Io sono sveglio: ascolto la pioggia che incurva il tetto, che scorre sul legno, sotto la vernice scrostata delle persiane, che lava le foglie dell'edera e stacca quelle gialle del castagno. Rimbombano i tuoni che ci cadono attorno. Il nonno si sveglia di nuovo alle otto e mi chiede se ho dormito. Mi dice di bere una tisana di lavanda, stasera. E' un sonnifero. Va avanti allo specchio del bagno e si accorcia i baffi con la forbicina. Si rade. Oggi lo farò anch'io, la barba mi punge sul collo. Peppe e il nonno vanno a Codevilla a fare la spesa, poi passeranno in cantina sociale. Il nonno mi ha proposto di accompagnarli. Ho risposto che preferisco riposare, poi preparerò il pranzo. Un carabiniere può essere ovunque, questo lo penso soltanto. Peppe mi ricorda di stare alla larga dal suo appartamento. Il tergicristallo pendola a scatti, l'ho visto quando la Prinz è passata sotto la finestra della cucina. Il parabrezza fa in tempo a coprirsi di gocce. Infilo gli stivali da vigna, prendo l'ombrello meno bucato e vado nell'orto. Raccolgo qualche pomodoro e un grappolo d'uva americana, quella dolce come fragola che Peppe mi ha proibito di mangiare. Entro nel nuovo pollaio, immergo le mani nella cesta del mangime, muovo le braccia e disegno sulla superficie del grano rughe rotonde che svaniscono come le scie degli aerei. Colmo le mangiatorie quasi vuote. Le galline sono dentro, all'asciutto. Hanno fatto tre uova. Mi cambio e stendo i vestiti bagnati davanti alla stufa. Metto una pentola d'acqua sul fuoco, peso quattro etti di pasta. Lavo i pomodori e li grattugio, preparo il sugo con la polpa. Mentre apparecchio, succhio il grappolo d'uva che ho rubato a Peppe. Nascondo raspo e semi in fondo alla spazzatura, sotto un paio di guanti bucati. Peppe e il nonno tornano quando l'acqua comincia a bollire. Verso il sale grosso e butto la pasta. Ho aggiunto dei capperi al sugo, li abbiamo raccolti a Risicallà, io e il nonno. Il nonno porta dentro le borse, ha i capelli umidi. Peppe mette la Prinz in garage.
"Il sapone per i piatti l'avete preso?"
"Sì, Vinicio".
"Fra cinque minuti è pronto".
"Metto le ciabatte".
Il nonno va in camera e continua a parlare.
"Cos'hai cucinato?"
"Spaghetti e capperi".
Peppe entra in cucina. Senza rispondere al mio saluto si accosta ai fornelli. Scoperchia la padella, scorge i capperi e snocciola bestemmie che fatico a comprendere. Vent'anni lontano da Enna hanno imbastardito il suo siciliano. Sono sul punto di reagire ma il nonno si affaccia alla porta e chiede cosa stia succedendo. Peppe si rivolge a lui con rancore:
"Quando ve ne andate?"
Poi lo scansa, sale le scale e si chiude a chiave di sopra.
"Colpa dei capperi".
Spiego al nonno.


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venerdì, luglio 29, 2005
 

incontro con l'autore

Andrea D'Agostino autore del romanzo Mi mangiassero i grilli (Fernandel editore)

Farà lo scrittore solo se dopo questo primo romanzo gli verrà di scriverne un altro e, soprattutto, se ci sarà qualcuno che avrà voglia di leggerlo. Andrea D'Agostino (nella foto è quello con la t-shirt arancione "Julie's Haircut") ha impiegato sei anni per scrivere le novantasei pagine di Mi mangiassero i grilli. Mi ha invitato alla presentazione romana del suo libro dopo aver letto l'incontro con Alessandro Piperno. Ci sono andato e quando mi sono presentato dicendogli "ciao, sono Fabrizio del blog a video spento" lui mi ha risposto "ma allora funzionano stì blog" ed io "beh, dipende chi è la persona che c'è dietro al blog". La presentazione si tiene presso la Libreria “Il Corsaro” che è così interessante da meritare un post a parte. Si trova nel quartiere popolare del Pigneto. Forse è proprio per questo motivo che l'hanno chiamata così. Non deve essere facile gestire una libreria di periferia. Il Pigneto è un quartiere a me caro. Ci abitavano i miei nonni materni, quelli del cestino di vimini. Ad un passo dalla libreria la mattina si tiene il mercato dove da bambino venivo con nonna a fare la spesa. Nerone "il norcino", mi dava le molliche di parmigiano e c'era un negozio di giocattoli dove ho comprato alcune delle macchinine più belle della mia infanzia. Ci sono due nonni nel romanzo di D'Agostino. E' con loro che cresce Vinicio che però si chiama Cataldo ed è orfano di entrambi i genitori. Nonno Ciccino ha scoperto di essere burocraticamente morto e lascia la Sicilia per lavorare nella campagna dell'Oltrepò pavese. Nonna Marisa ha un brutto carattere e "quando il nonno sparì, si considerò vedova e vestì a lutto come gran parte delle vecchie ennesi". Vinicio che però si chiama Cataldo ha disertato e se lo trovano i carabinieri lo arrestano. Così raggiunge il nonno nel pavese per vendemmiare. E Matilde? E Peppe? E Suor Camilla? E padre Franco? E Romano? E Humphrey Bogart? E il Bacio di Klimt? E la signora Lillù? E Mustazzu? No, non sono loro i grilli. E poi? Cosa c'è? C'è la Sicilia, che come si dirà durante la presentazione, è una Sicilia che il mare non lo vede nemmeno nelle belle giornate. La presentazione comincia con mezz'ora di ritardo così leggo le prime trenta pagine. Sono sufficienti per apprezzarne la scrittura asciutta e concreta. Dopo averlo letto tutto posso confermare che è un libro ben scritto. Luca, "Il Corsaro" proprietario della libreria (nello foto è quello con il vestito celeste), saluta i dieci intervenuti "una pattuglia di eletti". E’ un venerdì di metà luglio e molti sono già in vacanza. D’Agostino ringrazia Giulia Belloni della Meridiano Zero per l'editing definitivo e la casa editrice Fernandel che gli ha offerto il contratto meno vincolante. Il romanzo non è autobiografico anche se ad Enna ha vissuto e un paio di vendemmie le ha fatte davvero; “ma a Vinicio succedono delle cose che avrei voluto mi capitassero”. C'è un'atmosfera familiare. La mamma del "Il Corsaro" arriva con lo sformato per il buffet previsto a fine presentazione. Ma non è una presentazione; è un reading. L'attore Corrado Fortuna, protagonista del My name is Tanino di Virzì, legge quasi tutto il libro. Lo accompagna con accordi alla chitarra il cantautore barese Francesco Cerasi. D'Agostino li guarda divertito e soddisfatto. Parla poco, sembra in imbarazzo anche se confessa che ha scoperto il piacere di fare le presentazioni del libro. Gli chiedo cosa legge e quali sono gli scrittori che gli piacciono. D’Agostino studia lettere e una delle cose che gli piace di questa facoltà è che gli ha fatto apprezzare i classici come Il Gattopardo, Il Rosso e il Nero, La Certosa di Parma e Faust. La presentazione volge al termine giusto il tempo di ascoltare due pezzi dell'ultimo cd di Francesco Cerasi che si fa pregare un pò ma poi li esegue con intensità. Mi perdo il buffet con lo sformato della signora Giovanna e la torta alle noci portata da D'Agostino. Domani parto e non ho ancora preparato la valigia. La presentazione mi è piaciuta per la sua semplicità, per l'ambientazione, per la eccellente lettura di Fortuna e perchè ho incontrato un autore esordiente che, al contrario di quanto dice nonno Ciccino a Vinicio, non sembra avere troppi grilli per la testa. Caro Andrea D'Agostino, il romanzo mi è piaciuto e se deciderai di fare lo scrittore io avrò voglia di leggerti.

Roma, 15 luglio 2005



Nel post di domani un brano tratto dal libro.

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giovedì, luglio 28, 2005
 
un pessoa ogni tanto


E' blando il giorno, blando il vento.
E' blando il sole e blando il cielo.
Fosse tale il mio pensiero!
Fossi io così, fossi io così!

Ma tra me e le blande glorie
di questo cielo limpido e quest'aria senza me
intervengono sogni e memorie...
Essere io così, essere io così!

Ah, il mondo è quanto noi portiamo.
Esiste tutto perchè esisto.
C'è perchè vediamo.
E questo è tutto, questo è tutto!

Fernando Pessoa

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mercoledì, luglio 27, 2005
 

roma: sguardi digitali



chiusura definitiva (della libreria discount "Biblioteca di Abelardo in Corso Vittorio Emanuele II)

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martedì, luglio 26, 2005
 
dall'edicola al blog

Un the in kimono di Benedetta Centovalli
(da Stilos, quindicinale di libri, del 19/7/05)

Tokyo, specie durante il giorno, è una città abitata da donne. Gli uomini lavorano prigionieri negli uffici, aziende, banche, e nel cuore del mattino e del pomeriggio, sono le donne che popolano negozi e strade. Così i numerosissimi piccoli locali per mangiare o per prendere il the - spesso concentrati in un solo piano di edifici di dimensioni diverse adibiti a centri commerciali - son frequentati soprattutto da donne giovani. Donne sole o donne insieme ad altre donne che si fermano a bere the e a mangiare una fetta di torta. Ha ancora il fascino del rito questa versione aggiornata della cerimonia del the. Vicino alla stazione di Shinagawa si trova una piccola sala, The Afternoon Tea, dove si possono degustare the accompagnati da dolci o gelati. Ci sono andata tutti i pomeriggi della mia breve permanenza in città. Mi piaceva fermarmi a osservare i comportamenti di queste donne seduta davanti a una tazza di the. Sposata o single che sia, la donna giapponese spesso senza impegni di lavoro, o cn impegni solo part-time, dedica il tempo libero per stare con le amiche, fare compere, coltivare qualche passione. Vestite in modo sobrio e appropriato, ombelico e seni coperti, passano un'ora o due a un tavolo con un libro in mano o più spesso a chiaccherare con un'amica. Fanno sempre movimenti aggraziati, raramente accavallano le gambe o compiono gesti bruschi, non alzano la voce, se ridono si coprono la bocca con la mano, mangiano lentamente. Una fetta di torta può durare un'eternità nel loro piatto. Sono in kimono anche quando vestono all'occidentale, perchè la loro gestualità nasce dal loro abito tradizionale, che ancora oggi indossano almeno mentalmente. Camminano a passettini e si muovono con calma, la loro eleganza è in kimono. Questo abito del pensiero continua a modellare i loro corpi, che recuperano forma e avvenena solo stretti nei tessuti, fasciati dall'obi. La donna giapponese conserva l'attitudine di un'adorabile bambolina, kawai, si piega a una cultura secolare maschile e discriminante, di rado si ribella al suo destino. Tra i giovani ci sono espressioni forti e vistose di protesta che paiono però esaurirsi nella sostituzione degli abiti da collegiale con un'allegra varietà di abbigliamenti e capigliature dalle fogge più fantasione e strampalate, che alla prima occasione torneranno ad essere vesti opportune di madre e di moglie, di impiegato, funzionario o dirigente modello. La donna giapponese vive in questo contrasto di luce e ombra, di modernità e tradizione, è il perno di un paese inconciliato e forse inconciliabile. Su di lei si regge la struttura gerarchica e patriarcale della società giapponese, intorno a lei ruotano i consumi. Una società ancora feudale, drammaticamente preumanistica, e l'antichissimo matriarcato, pur tuttavia non cancellato, segnano questa difficile identità femminile nel Giappone di oggi. Anche la complessità della lingua è lì a raccontarci una storia di separazione e di differenza non arresa. Tre sistemi di scrittura, di cui l'hiragana, quello sillabico nato intorno al nono secolo, era la lingua delle donne. Essendo il linguaggio ideografico cinese di esclusivo dominio maschile, l'hiragana diventa nell'epoca Heian il sistema di scrittura femminile semplificato per lettere e testi letterari. "La storia di Genji" di Murasaki Shikibu (2 voll., Einaudi, 1992, in attesa della prima traduzione italiana dall'originale giapponese), l'opera più grande e universale della letteratura nipponica, nasce così, in una lingua inventata dalle donne: "onna-de", mano femminile, e il loro silenzio si anima atraverso alcuni capolavori della letteratura di tutti i tempi: Sei Shonagon e le sue "Note del guanciale". Come se una società poco dedita alla realizzazione della felicità individuale, e femminile in particolare, remissiva e disposta alla rinuncia, d'improvviso con un colpo d'ala si girasse nel suo contrario a rovesciare un millennio di storia e ritrovasse insieme alla tensione per il bene comune la possibilit di esprimere la totalità dell'esistenza con voce di donna.
(per approfondire alcuni di questi aspetti della cultura giapponese: Antonietta Pastore, "Nel Giappone delle donne", Einaudi, 2004).

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lunedì, luglio 25, 2005
 
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts

Sally arriva alla fermata del bus dove c'è già Linus che aspetta

Sally:Perchè mi precipito qui tutti i giorni dieci minuti prima per non perdere il bus scolastico? ... E poi me ne sto qui dieci minuti sperando che non venga?

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domenica, luglio 24, 2005
 
l'aforisma

A furia di aspettare mi si sono esasperati i libri

Alda Merini

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sabato, luglio 23, 2005
 

taccuino campagnolo di un cittadino metropolitano

la panzanella di metà mattina è uno dei momenti che preferisco. Il pomodoretto appena colto dall'orto, le fette di pane da tagliare con il giusto spessore; l'olio torbido di frantoio; il profumo delle foglie di basilico. Mentre schiacci il pomodoro la mollica del pane raffermo si ammorbidisce e lo accoglie qua e là, a pezzettoni. L'olio gocciola sul pane e deborda per finire sul piatto bianco in attesa di essere intinto per la scarpetta fatta con l'ultimo pezzetto di crosta e mollica rimasto.


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domenica, luglio 17, 2005
 

amici lettori, mi prendo qualche giorno di vacanza. Torno a fine settimana. Ciao.


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Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts

Charlie Brown: Le stelle sono meravigliose, non è vero?
Lucy: uh, hum...
Charlie Brown: Sai cosa penso? Penso che una di quelle stelline lassù sia la mia stella... E come io sono solo qui sulla terra fra milioni di uomini, quella stellina è sola lassù fra milioni e milioni di stelle! Ha un senso tutto questo, Lucy? Credi che significhi qualcosa?
Lucy: certo... significa che stai crollando Charlie Brown!


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sabato, luglio 16, 2005
 
il post di campanile

In una piazzetta c'era un carrozzone di zingari, arrivati da poche ore, e, in mezzo a un cerchio di paesani e villeggianti, un magro pagliaccio, truccato in modo spaventevole, faceva giuochi di prestigio, mentre sua moglie, in abito di ballerina, suonava magistralmente il tamburo. Il giocoliere chiese: "Chi di lor signori può favorirmi un momento una sigaretta?" Suares gliela diede. "E ora", aggiunse il tetro pagliaccio "chi vuol favirirmi un cerino? Avutolo, accese la sigaretta e la ingoiò: indi la fece uscire successivamente dagli occhi, dal naso, dalle spalle e via dicendo, sempre accesa. Compie tutti questi prodigi, poi, ai primi applausi del pubblico, distrattamente fumò la sigaretta e passò ada altro argomento, gridando: "E ora, signori, un esercizio anche più sorprendente, da me esperimentato con successo a Parigi e a Catanzaro. Chi di loro vuol favorirmi un momento un piatto di spaghetti? Nessuno si mosse e i nostri amici, con vivo dispiacere di Andrea, ripresero la loro strada. Andando, udirono ancora la voce lamentosa del pagliaccio che ripeteva: "Avanti, signori chi vuol avere la compiacenza di favorirmi per un istante solo un piatto di spaghetti? Lei? No? Lei? No? Lei? No? Erano già lontani dal paese che ancora li seguiva, sempre più fioco per la distanza, quell'appello lamentoso, senza risposta: "Chi di lor signori vuol avere la bontà di favorirmi per un istante solo un piatto di spaghetti? Lei? No? Lei? No? Lei? No?

Achille Campanile da Agosto, moglie mia non ti conosco

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venerdì, luglio 15, 2005
 

ipse dixit

Se uscissi di casa e facessi una passeggiata su Park Avenue, dopo un isolato qualcuno mi fermerebbe, e dopo altri due isolati mi fermerebbe un altro, o qualcuno mi urlerebbe da una macchina. E allora uno pensa: "Mio Dio, sembra che mi amino tutti!" Però non vengono a vedere i miei film. Nessuno mi dice mai qualcosa di brutto. Se a qualcuno stai antipatico, di solito ti ignora e basta. In genere le persone che attaccano a parlarti sono i tuoi fan. E ho imparato a dire grazie. Quando ero più giovane, prima di diventare famoso, uno dei miei più grandi piaceri era scrivere per strada. Mi facevo delle lunghe passeggiate in giro per la città e pensavo, buttavo giù le trame per le mie commedie e i miei film, mi venivano delle idee. Adesso non posso più farlo.

Woody Allen

da Io, Woody Allen - Minimun fax ed.

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giovedì, luglio 14, 2005
 
Sul sito lafeltrinelli sono stati pubblicati i sei racconti vincitori del concorso Centoparole, premio di scrittura breve “Io in Feltrinelli” (presidente di giuria Daniel Pennac). Il primo premio è andato a questo racconto di Stefano Errico di Milano.


Una volta in Duomo…

Una volta c’ho passato otto ore.
Una volta c’ho speso mezzo stipendio.
Una volta ho conosciuto una e, parlando del primo Benni, siamo finiti a letto.
Una volta ho litigato per un fuori catalogo.
Una volta mi sono addormentato sulla poltroncina di fronte alle riviste.
Una volta son caduto dalle scale.
Una volta ho incontrato un mio professore e gli ho consigliato un libro.
Una volta ho declamato una poesia di Kavafis alla mia tipa, ma non le è piaciuta, e l’ho mollata.
Una volta ero senza soldi, ma sono entrato lo stesso, solo per l’odore.

Stefano Errico

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mercoledì, luglio 13, 2005
 
Grazie a Francesca per avermi regalato la scelta di questo brano.

il brano

Iselin C Hermann da Per lettera

4 giugno

Jean-Luc, sai una cosa?
Queste tre parole mi riempiono il cervello e mi colmano di piacere. Si dice "sai una cosa" per cominciare un discorso. Si dice "sai una cosa" a una persona con cui si parla spesso e si e' in confidenza. Potrei dire, per esempio:
"Sai una cosa, ho pensato che domani potremmo andare sulla spiaggia", oppure:
"Sai una cosa, i fiori che mi hai regalato la scorsa settimana non sono ancora appassiti".
C'e' un misto di domanda e di asserzione in quelle parole. E al tempo stesso c'e' qualcosa di casuale, di quotidiano e di molto intimo.
Potrei anche dire:
"Sai una cosa, sei bello".
Vorrei dirlo mentre sono nella tua cucina e taglio il pane. Ci diamo le spalle quando lascio cadere:
"Sai una cosa, sei bello".
Allora ti volti verso di me, posi le tue mani sui fianchi e mi giri, in modo che anche io possa guardarti negli occhi mentre tu dici:
"Sai una cosa, anche tu sei bella".
La tua bocca sia avvicina, il tuo profumo si avvicina, il tuo corpo si avvicina- sei vicinissimo e stai per baciarmi...
"STOP!" grida il regista. "Stop! Rifacciamola", dice.
"Va bene il caffe' che trabocca e la fiamma del gas che combatte per sopravvivere, ma non e' ammissibile che lei tenga in mano un coltello del pane mentre lui la bacia. Non e' mica il Lady Macbeth".
"Da capo" dice il regista. Allora il direttore di scena pulisce il caffe' dal fornello e la truccatrice mi mette il lucidalabbra.
"Ok" diciamo noi, intendendo: "Certo, ben volentieri".
Il direttore di scena rimette su il caffe' e si assicura che la fiamma sia accesa, mentre l'assistente chiede: "Pronti?". Noi annuiamo, volgendoci le spalle, Il ciak e dei numeri indicano quante volte la scena mi e' passata per la testa - la scena "Sai una cosa". Sarei felice di affettare tutto il pane che c'e' dal fornaio e di sbagliare sempre qualche dettaglio- anche a costo di far impazzire il regista -solo per avere la possibilita' di continuare a dire: "Sai una cosa, sei bello".
Non mi interessa rendere questa scena perfetta o vincere la Palma d'oro a Cannes. Voglio solo continuare a recitarla.
Sai una cosa, Jean-Luc: ora sai che cosa oggi mi riempie il cervello e mi colma di piacere.

Delphine


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martedì, luglio 12, 2005
 
il brano

Deborah Moggach da Il sogno dei tulipani

Oggi le strade sono piene di bambini che tornano a casa dalla chiesa. Un ragazzino, che la madre tiene per mano, si gira a guardare un piccione. Due gemelline, entrambe impegnatissime a succhiarsi il pollice, a capo chino si osservano i piedi e cercano di camminare all'unisono. Amsterdam è piena di famiglie - c'è la sua famiglia fantasma, chiusa qui nella sua testa, e tutt'attorno le famigie in carne e ossa che scoppiano di salute. E la loro felicità sembra iriderlo. Cornelis è un uomo abitudinario. Ogni domenica compra una frittella per Sophia, spolverata di zucchero, al banco vicino alla Diga. Vi fanno sempre una sosta; lui annusa il profumo di vaniglia e mandorle. Un bambino tira il padre per un braccio, insistendo perchè gli compri un dolcetto. Ha dei riccioli biondissimi da cherubino, e le guance rubiconde sembrano dipinte da Rubens. Cornelis ha un tuffo al cuore. Sophia ancora non ha detto una parola. E' tutto il giorno che tace. Forse sta pensando alla stessa cosa cui pensa lui Cornelis le porge la frittella, avvolta in un foglio di carta. Con un gesto abbaccia tutta la scena illuminata dal sole. "Che bella giornata. Solo una cosa manca perchè la mia felicità sia completa". Sophia, con la frittella ormai quasi in bocca, lo fissa. Sembra una che si riscuote da un sogno. Resta immobile per un attimo, poi dà un morso al dolce.

trad. Laura Noulian, Garzanti ed.

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lunedì, luglio 11, 2005
 
Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts

Charlie Brown parla con Linus

Charlie Brown: non metterò più piede in quel negozio. Ci compravo tutti i miei albi di fumetti. Ogni volta che ne compravo uno, il commesso diceva: "Stasera facciamo letture ponderose, eh?". Non metterò più piede in quel negozio.

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domenica, luglio 10, 2005
 

metropolis: roma

primo giorno di saldi estivi in un centro commerciale. La gente entra ed esce dai negozi con frenetica avidità: qualcosa devono comprarla. La fila alle casse e le macchinette delle carte di credito funzionano a pieno regime. Le commesse continuano a compilare i cartellini con gli sconti. I negozi più piccoli fanno entrare uno o due clienti alla volta. Due ragazzine escono soddisfatte da un negozio di costumi da mare con la loro conquista. Il vociare è quello dei grandi assembramenti. Ogni formichina corre a fare la sua provvista di supefluo. Qualche marito accompagnatore siede in attesa vicino alla fontana artificiale. Poca gente ai tavoli dei bar. Poca gente nei negozi di telefonia ed elettronica. E' il grande momento dei negozi di abbigliamento. I bambini sfogano la loro naturale eccitazione in corse, pianti e urla varie. I sistemi antitaccheggio suonano in continuazione. Nella fretta è facile dimenticarsi di smagnetizzare il codice. Arriva la moglie delusa di uno dei mariti accompagnatori: niente gonna. Trovo rifugio in libreria. Una mamma sergente entra di corsa e si rivolge alterata al marito e alla figlia: "Eccovi dove siete! Ci venite dopo qui". La figlia risponde: "ma tu stavi guardando la vetrina e intanto noi diamo uno sguardo ai libri". La madre con decisione: "Prima si guardano le vetrine e poi i libri. I libri li potete comprare da qualsiasi altra parte". L'aria condizionata allevia lo spettacolo.


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sabato, luglio 09, 2005
 

il post di Flaiano

Racconto romano: - Un pittore, entusiasta della sua pittura, seduto su un praticello della Villa Borghese, se ne andava in estasi per quel paesaggio. "La Natura", pensava "non c'è che la Natura". Finì che si tolse le scarpe e si addormentò. Poco dopo, svegliandosi, si accorse che gli avevano rubato le scarpe.

Ennio Flaiano da Diario Notturno - Adelphi ed.

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venerdì, luglio 08, 2005
 
il foglietto

voglia di tornare a Londra  

Alcuni dei miei ricordi più belli sono legati a Londra. Il primo viaggio all’estero, un bacio indimenticabile, un natale da film, un week-end per farla conoscere a mio fratello e le emozioni del capodanno scorso. Londra l’ho girata, vissuta, desiderata, ammirata, criticata, fotografata, scritta e letta. Voglio tornarci presto. Camminare per le sue strade, stare tra la gente, prendere i bus e la metro più efficienti del mondo, respirarne le atmosfere, scrivere seduto su una panchina a St James Park, mangiare una apple pie con la panna, perdermi nel caos del mercato di Camden Town per comprare cianfrusaglie, passare le ore nelle librerie, vedere i campionati di snooker e freccette in tivù, ordinare una bitter pint of beer, fare la spesa da Sainsbury’s, camminare a Charing Cross Road sotto la pioggia, vedere la gente che mangia a tutte le ore, gironzolare da Hamley’s, comprare un taccuino da Marks & Spencer, camminare la sera nel west-end, scendere a Piccadilly dicendo come Totò: “bivaccheremo a Piccadilly”. E tutto il resto. Voglio tornare presto a Londra perché aveva ragione lo scrittore settecentesco Samuel Johnson: «Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire». Londra è Londra.

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giovedì, luglio 07, 2005
 

Lisbona (o quasi): sguardi digitali



La stazione ferroviaria di Sintra
foto akio, giugno 2003

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mercoledì, luglio 06, 2005
 
Il brano

Mark Twain da Il principe e il povero

Tom, lasciato solo nello studio del principe, fece buon uso dell’occasione. Si voltò da una parte e dall’altra davanti al grande specchio, ammirando la propria eleganza; poi si allontanò, imitando il nobile portamento del principe, sempre senza tralasciare di osservare i risultati nello specchio. Subito dopo sguainò la splendida spada, fece un inchino, ne baciò la lama e se l’appoggiò al petto, come aveva veduto fare da un nobile cavaliere, a mo’ di saluto al tenente della Torre, cinque o sei settimane prima, nell’affidargli, affinché venissero imprigionati, i grandi signori del Norfolk e del Surrey. Tom si trastullò quindi con il pugnale tempestato di gemme che gli pendeva sulla coscia; esaminò i costosi e squisiti mobili della sala; provò ognuna delle sontuose sedie e pensò quanto sarebbe stato fiero se il branco del Cortile dei Rifiuti avesse potuto anche soltanto far capolino e vederlo nella sua magnificenza. Si domandò se sarebbero stati disposti a credere al racconto meraviglioso che avrebbe narrato una volta tornato a casa, o se si sarebbero limitati a scuotere la testa dicendo che la sua immaginazione, posta a troppo dura prova, gli aveva in ultimo sconvolto la mente. Al termine di mezz’ora gli accadde a un tratto di pensare che il principe era ormai uscito da un pezzo; subito dopo cominciò a sentirsi solo; ben presto cominciò a tendere l’orecchio ansiosamente e smise di trastullarsi con le belle cose intorno a sé; si sentì dapprima a disagio, poi irrequieto, infine sgomento. E se qualcuno fosse entrato e lo avesse sorpreso con il vestito del principe, senza che il principe si trovasse lì a dare spiegazioni? Non avrebbero potuto impiccarlo immediatamente, per indagare soltanto in seguito sul suo conto? Aveva sentito dire che i grandi erano solerti nelle piccole cose. Le paure si intensificarono in lui sempre e sempre più e infine, tremando, aprì silenziosamente la porta dell’anticamera, deciso a correre in cerca del principe e a ottenere, per il suo tramite, protezione e sollievo. Sei sfarzosi gentiluomini di camera e due giovani paggi di alto rango, vestiti come farfalle, balzarono in piedi e si inchinarono profondamente dinanzi a lui. Tom indietreggiò rapidamente e chiuse la porta. Disse: «Oh, si burlano di me! Ora andranno ad avvertire gli altri. Oh! Perché sono venuto qui a gettare via la mia vita?». Andò avanti e indietro nella sala, colmo di paure senza nome, tendendo gli orecchi, trasalendo a ogni minimo suono. Di lì a non molto la porta si spalancò e un paggio dai modi soavi disse: «La dama Jane Grey». La porta venne chiusa e una leggiadra fanciulla, riccamente vestita, corse verso di lui. Ma poi si fermò all’improvviso e disse, in tono sgomento: «Oh, che cosa ti affligge, mio signore?». A Tom stava venendo meno il respiro, ma, ciò nonostante, egli si ingegnò a balbettare: «Oh, sii misericordiosa! In verità non sono il tuo signore, ma soltanto il povero Tom Canty del Cortile dei Rifiuti, in città. Consentimi, te ne prego, di parlare con il Principe, ed egli sarà così generoso da restituirmi i miei stracci, permettendomi di andarmene illeso via di qui. Oh, sii clemente e salvami!». Nel frattempo il ragazzo si era gettato in ginocchio e supplicava con gli occhi e con le mani alzate, oltre che con la lingua. La fanciulla parve paralizzata dall’orrore. Gridò: «Ah, mio signore, tu inginocchiato? E dinanzi a me!». Poi fuggì atterrita; e Tom, pervaso dalla disperazione, si abbandonò sul pavimento, mormorando: «Non c’è scampo, non c’è speranza. Ora verranno e mi prenderanno». Mentre giaceva lì stordito dal terrore, notizie spaventose andavano diffondendosi rapidamente nel palazzo. Il bisbiglio, poiché sempre esse vennero bisbigliate, volò da servo a servo, da signore a dama, lungo tutti gli interminabili corridoi, di piano in piano, da un salone all’altro: «Il principe è impazzito! Il principe è impazzito!». Ben presto, ogni sala, ogni vestibolo di marmo ospitarono un gruppo di signori e dame splendenti e altri gruppi di persone meno abbacinanti che conversavano seri in viso, a bisbigli, e su ogni volto si dipingeva lo sgomento. Di lì a poco un maestoso funzionario passò accanto a questi gruppi, pronunciando un solenne proclama: «In nome del Re! Che nessuno dia ascolto a questa falsa e stolta notizia, sotto pena di morte, e che nessuno ne parli, o la diffonda. In nome del Re!». I bisbigli cessarono all’improvviso, come se coloro che bisbigliavano fossero stati fulminati. Ben presto, nei corridoi, dilagò un mormorio generale: «Principe! Guardate, viene il Principe!».

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martedì, luglio 05, 2005
 

dal cassetto dei ricordi

Stavolta la spinta a frugare nel cassetto me l'hanno data due post di tono opposto che ho letto ieri. L'invito di Flavia a ricordare una canzone con tanti tunz tunz tunz tipica di fine anni '80. La riflessione di Francesca sul tempo che non aiuta a rimarginare le ferite profonde. E in un attimo mi sono ritrovato all'inizio degli anni '80 e nella testa il ritmo travolgente di Get down on it della Kool and The Gang (decisamente superiore al tunz tunz tunz). Avevo diciotto anni e quella canzone segna la fine di un periodo spensierato e l'inizio di un periodo difficile che ha lasciato ferite profonde. E adesso musica!

What you gonna do? Do you want to get down?
what you gonna do? Do you want to get down?
What you gonna do? You want to get down?
What you gonna do? You want to get down? - Tell me.

Get down on it - get down on it
Get down on it - get down on it
come on and
Get down on it - get down on it

Get down on it
get down on it.

How you gonna do it if you really don't want do dance
By standing on the wall?
Get your back up off the wall
tell me.
How you gonna do it if you really don't want to dance
By standing on the wall. Get your back up off the wall

'Cause I heard all the people sayin':
Get down on it - come on and
Get down on it - if you really want it
Get down on it - you gotta feel it
Get down on it - get down on it
get down on it
Come on and get down on it
baby baby
Get down on it - get down on it - get down on it.

I say people - what?
What you gonna do?
You've gotta get on the groove
If you want your body to move
tell me
baby.

How you gonna do it if you really don't want to dance
By standing on the wall? Get your back up off the wall. - Tell me.
How you gonna do it if you really won't take a chance
By standing on the wall? Get your back up off the wall.
'Cause I heard all the people sayin':

Get down on it - get down on it - get down on it
Get down on it - when we're dancin' - get down on it
Get down on it - get down on it

Get down on it - get down on it
Get down on it - come on and
Get down on it - baby
baby
Get down on it - get down on it - get down on it.

What you gonna do? - Do you want to get down?
What you gonna do? -
Get your back up off the wall.
Dance come on
Get our back up off the wall.
Dance come on!

Get down on it - come on and
Get down on it - if you really want it.
Get down on it - you gotta feel it
Get down on it - get down on it
Get down on it - come on and
Get down on it - get down on it
Get down on it - and while you're dancin'
Get down on it - get down on it
Get down on it - get down on it
Get down on it - get down on it
Get down on it - get down on it
Get down on it - you move me baby
when you move
Get down on it - get down on it

Get down on it - get down on it
Get down on it - get down on it
Get down on it - get your back up off the wall
Get down on it - get down on it
Get down on it - get down on it
Get down on it - get your back up the wall

Kool and The Gang - Get down on it
(1981)

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lunedì, luglio 04, 2005
 

Charles M. Schulz ed i suoi Peanuts

Charlie Brown: sempre con la tua coperta, eh, Linus? Che cosa ne farai quando sarai troppo grande per portartela in giro?
Linus: Chi può dirlo? Sto accarezzando l'idea di ricavarne un soprabito sportivo!


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domenica, luglio 03, 2005
 

la perla sulla bancarella

Vedrò Singapore? di Piero Chiara

Piero Chiara (1913-1986) è tra i miei scrittori preferiti. I suoi racconti e romanzi sulla provincia italiana sono dei capolavori descrittivi che appassionano per i risvolti tra il drammatico ed il grottesco; tra il comico ed il nostalgico. Piero Chiara è pubblicato negli Oscar Mondadori ma non è facile trovarlo in libreria. Il suo nome è spesso sulle etichette che indicano l'ordine alfabetico per autore ma i suoi libri, quando ci sono, sono sempre gli stessi. Su una bancarella ho trovato "l'introvabile" Vedrò Singapore? in una edizione rilegata pubblicata per il Club del libro. Nuovo, a due euro e cinquanta.

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sabato, luglio 02, 2005
 

Il brano

Corrado Guzzanti e Serena Dandini da Lorenzo e la maturità (come secernere agli esami) ed. Bur

SERENA: Questa sera vorrei parlare anche per tutti gli studenti che ci seguono da casa di alcune tecniche o strategie per fare una buona impressione sulla commissione d'esame…
LORENZO: T'ho detto che je faccio 'na dialettica che li stendo… Ahò, schiumano dopo du' minuti, je fischiano le 'recchie e chiedono pietà: commissario portace allo stadio…
SERENA: Ecco, appunto: la dialettica, l'esposizione orale. Analizziamo quello che hai detto, Lorenzo: "je faccio 'na dialettica che schiumano", che lingua è?
LORENZO: È italiano! Mandoabbiti ahò!
SERENA: Lorenzo, non si capisce quando parli: impasti tutto, risulta una lingua sconosciuta…
LORENZO: Muafastaddi'…
SERENA: Cosa? (Ai ragazzi) Voi lo capite?
TUTTI: Sì!
LORENZO: Macheffsafforecchie?
SERENA: Avete capito?
TUTTI: Sì!
LORENZO: 'O vedi? C'hai 'n'età…
SERENA (Rassegnata): Per oggi lasciamo da parte la dialettica e passiamo a geografia: quelli sono nomi almeno…
LORENZO: Te dico 'na parola solo, vediamo se la capisci: Reganati!
SERENA: L'unica cosa che riesci a scandire: Recanati e poi? C'è un mondo intorno a Recanati! Prendiamo la cartina…
LORENZO: Che famo, lezione di rollare? Geografia chiùmo?
SERENA: Forza, non fare lo spiritoso… Vieni, ecco: ti ho portato una cartina politica dell'Europa…
LORENZO: Sì, be'… politica e anche sociale, no? Non trovi che butta un occhio anche nel sociale?
SERENA: Ma che c'entra?
LORENZO: Sì, dài! Questo lo dico che piace alla commissione, ve'? Dà un occhio anche al sociale della gente… È una cartina politica sì, ma sempre con un accento pure al sociale…
SERENA: Che c'entra? Lorenzo, forza… Allora, qui c'è l'Italia: com'è?
LORENZO: Buona, diciamo… Certo, il disegnatore l'ha fatta lunga: forse troppo…
SERENA: Ma non è il disegnatore: è fatta proprio così… L'Italia è uno stivale!
LORENZO: Ahò, se doveva fa' lo stivale, poteva pure pija 'na squadra! Lo voleva fa' a mano libera ma non sei capace… Se devi fa' lo stivale pija la squadra, no? Comunque è lo stile suo… A chi piace, pe' carità… Per me c'ha messo troppi bozzi, trovo carina l'idea del triangolo in fondo.
SERENA: Ma che dici? La Sicilia è così: mica se l'è inventata il disegnatore!
LORENZO: Vabbè, e chi te lo tocca 'sto disegnatore… mamma mia! È 'nnamorata!
SERENA: Avanti! Facciamo gli Stati!
LORENZO: Vabbè, comunque mi piace questa cartina che non è insensibile al sociale. Pure i colori so' abbastanza rispondenti…
SERENA: Come?!
LORENZO: L'arancione è un po' troppo scuro secondo me, però questa non è colpa sua: è della stampa…
SERENA: Non diciamo scemenze…
LORENZO: L'Africa va bene, certo ce so' sempre problemi con le scritte ma pure qua non è colpa sua: so' gli africani che scrivono male.
SERENA: Ma che gli africani che scrivono male! Quelli sono i nomi degli Stati, Lorenzo!
LORENZO: Un altro je lo copre…
SERENA: Ma quelli sono i confini degli Stati!
LORENZO: Perché non hanno la regolamentazione della pubblicità. Allora, se uno mette un cartello pubblicitario qua, subito 'n'artro jelo copre. Guarda qui, c'era scritto: "Oh ragazzi, questi sudano" e subito un altro j'ha attaccato un altro cartello sopra e si legge solo Sudan; questo invece (indica il Mali) aveva scritto: "Ma li mortacci tua" e je l'hanno coperto; è rimasto solo Mali, capito? In Africa se metti un bel cartello de pubblicità, subito l'africano vicino invidioso lo copre e non se legge più niente, capito? Qui, invece, pe' attira' i turisti c'era scritto: "Ma Rocco 'st'estate viene?" Niente: è rimasto solo Marocco… 'na cosa de dispetti. Vedi qui: c'hanno scritto proprio i turisti di inciviltà: "Mauro e Tania si amano…" (Si riferisce alla Mauritania)
SERENA: Scusa un momento, Lorenzo: tu credi veramente che queste scritte esistono per davvero? Tu sei convinto che queste scritte esistono nella realtà?
LORENZO: Mandoabbiti e certo ahò, e che è il disegnatore che se sveglia la mattina… Queste so' scritte pubblicitarie che esistono per gli aeroplani: sennò come fanno co' li aerei pe' orientasse, pe' attera' nello Stato giusto? L'aeroplano fa: "Dove atterriamo?"… Vedi qui? So' stati bravi… hanno proprio scritto Teheran "Teheran qui": hanno facilitato!
SERENA (Divertita dall'ingenuità di Lorenzo): Tu non puoi credere veramante che esistano queste scritte giganti in tutti gli Stati!
LORENZO: E certo, ahò! Servono pure per le rotte delle barche: sennò come ti orienti? È tutto blu…
Per esempio se uno deve atterra' a Fiumicino, vede Italia, sa che T più o meno sta sul Lazio, quando vede A dice: "Cominciamo a scende' che poi fra un po' non se vede più". Infatti è importante per uno Stato scegliere un colore per terra… Hanno fatto bene questo giallo che se legge bene la scritta nera…
SERENA (Stanca e disarmata): Non ho parole…


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venerdì, luglio 01, 2005
 

dalla letteratura al cinema

La diva Julia di William Somerset Maugham

Julia Lambert è come Rocky Balboa. Incassa colpi su colpi, ha il volto segnato, combatte, sta per abbandonare ma poi vince la battaglia (prima di tutto con sè stessa) e riparte orgogliosa gustandosi una birra fresca al posto di un bicchiere di champagne. Il film di Istvan Szabo con Annette Bening e Jeremy Irons è una commedia agrodolce un pò lenta all'inizio ma decisamente di qualità. L'aria condizionata della sala l'ha reso meraviglioso. La voce di Mariangela Melato non va bene per Annette Bening ma è perfetta per Julia Lambert. Annette Bening non è il prototipo della attrice di teatro inglese degli anni trenta ma la sua interpretazione è intensa e resterà Julia per molto tempo. Jeremy Irons persevera nella scelta di una carriera eccelsa da coprotagonista. Di Maugham ho apprezzato In villa e Pioggia. Prima o poi leggerò La luna e sei soldi, Acque morte, Lo scheletro nell'armadio, Il taccuino dello scrittore e La diva Julia.

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Salì le scale prive di passatoia e raggiunse il terzo pianerottolo un pò sfiatata. Lui era venuto su svelto come un capretto, e non le era parso il caso si chiedergli di rallentare il passo. La stanza in cui fu introdotta era abbastanza grande, ma arredata miseramente. Sul tavolo c'erano un piatto di pasticcini e due tazze, una zuccheriera e una lattiera; di terraglia ultraeconomica.
"Si accomodi" disse il giovane. "L'acqua sta per bollire. Un momento solo. Ho un fornello a gas in bagno".
La lasciò e Julia si guardò attorno. "Meschinello, dev'essere povero in canna". La stanza le ricordava certi alloggi dove aveva abitato agli albori della sua carriera. Notò i patetici tentativi di nascondere che il salotto serviva anche da camera da letto; era evidente che la notte lui dormiva sul divano contro il muro. Nell'immaginazione gli anni le scivolarono via, e si sentì stranamente ringiovanita. Quanto si erano divertiti in stanze molto simili, e che gusto in quei pranzi fantastici, cose in sacchetti di carta, uova al bacon fritte sul fornello a gas! Il giovane tornò col tè, in una teiera marrone. Julia mangiò del pan di Spagna ricoperto di glassa rosa; una cosa che non faceva da anni. Il tè di Ceylon, molto forte, con latte e zucchero, la riportò a giorni che credeva di aver dimenticato. Si rivide giovane e oscura attrice in erba. Una sensazione deliziosa. Occorreva un gesto, ma gliene venne in mente uno soltanto: si tolse il cappello e diede una scrollata ai capelli.

...

Julia non riusciva a parlare. Le lacrime le riempirono gli occhi e le corsero giù per il viso.
"Mami, cosa c'è? Perchè piangi?".
"Ma sei un bambino".
Roger si avvicinò, si sedette sul bordo del letto e la prese tra le braccia.
"Mamma cara, non piangere. Non te l'avrei detto, se sapevo di addolorarti. dopotutto doveva succedere, prima o poi".
"Ma così presto, così presto. Mi fai sentire così vecchia".
"Vecchia tu? L'età non l'avvizzisce, nè spegne l'abitudine l'infinita sua varietà".
Lei rise tra le lacrime.
"Sciocco, credi che a Cleopatra sarebbero piaciute le cose che quel somaro diceva di lei? Avresti potuto aspettare ancora un pò".
"Meglio così. Adesso so tutto. A dirti il vero mi pare una cosa piuttosto disgustosa". Julia trasse un profondo sospiro. Il tenero abbraccio del figlio era un conforto, ma sentiva una gran pena per sè stessa.
"Non sei in collera con me?" egli chiese.
"In collera? No. Ma se doveva succedere avrei preferito che fosse in modo meno prosaico. Ne parli come di un esperimento un pò curioso e basta".
"Direi che è stato così, in un certo senso".
Lei gli sorrise. "E credi davvero che quello fosse amore?".
"Bè, per lo più l'amore significa questo, no?".
"No, non è vero, significa pena e angoscia, estasi, vergogna, paradiso e inferno; significa vivere intensamente, e noia indicibile; significa libertà e schiavitù; significa pace e tormento".

...

"Tu non distingui tra realtà e finzione. Non smetti mai di recitare, per te è una seconda natura. Reciti quando ci sono degli ospiti. Reciti con i domestici, reciti con papà, reciti con me. Con me reciti la parte della madre amorosa e indulgente, e celebre. Tu non esisti, sei solo le parti innumerevoli che hai interpretato. Mi sono chiesto spesso se esistesse un "tu" o se tu non fossi altro che un veicolo per tutte queste altre persone che fingevi di essere. Quando ti vedevo entrare in una stanza vuota, certe volte volevo aprire la porta d'improvviso, ma temevo di non trovarci nessuno".
Lo guardò un attimo; rabbrividendo, perchè ciò che diceva le faceva uno strano effetto. L'aveva ascoltato attentamente, perfino con un pò d'ansia: era così serio, sembrava che sfogasse qualcosa che lo opprimeva da anni. Non lo aveva mai sentito parlare tanto.
"Pensi che io sia tutta falsa?".
"Non proprio. Perchè fingere ti viene naturale. La finzione è la tua verità. Come la margarina è burro per chi non conosce il burro".


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